L’ultima tappa del mio viaggio di nozze fu Atene. Io e mia moglie entrammo in un piccolo negozio di stampe nella città vecchia alla ricerca di un ricordo di quel viaggio e di quei luoghi. La nostra scelta ricadde su una stampa che mostrava uno dei momenti più peculiari di tutta l’Odissea (peraltro non rappresentato nel film di Nolan): Ulisse alla corte dei Feaci che, nel sentire Demodoco cantare la guerra di Troia, si commuove e piange coprendosi il volto. Non Ulisse il forte, che tende l’arco; non Ulisse l’astuto, che ingegna il cavallo; non Ulisse il carismatico, che trascina i suoi compagni: ma la scena di un uomo rimasto solo, affranto, che cerca di tornare a casa. È a questo punto che nel poema Odisseo inizia a raccontare la sua storia, per poi attraversare anche quell’ultima tappa e tornare a Itaca (diversamente da come nel film questo passaggio viene consegnato al suo congedo da Calipso). A mio avviso questa immagine dell’uomo risulta essenziale per poter leggere l’Ulisse di Nolan e il suo viaggio trasformativo, perlomeno da un certo punto in poi, quando il film mi ha convinto di più e il suo protagonista assume un’altra dimensione.
La prima parte della pellicola si presenta con un ritmo un po’ incalzante. Nolan è un grande maestro nella modulazione del tempo (Inception, Interstellar, Tenet) e le sue contrazioni o dilatazioni temporali sembrano funzionare come una lente di ingrandimento per scrutare bene alcuni elementi. L’Odissea ha però un’ampiezza difficile da gestire in un film (molti ricorderanno lo sceneggiato RAI degli anni ’60 in 8 episodi) e, al contempo, è così celebre per operare dei tagli con troppa leggerezza. Questo si è tradotto in un ritmo a tratti piuttosto galoppante, forse un po’ per coprire quanto più possibile, forse un po’ per arrivare su altri passaggi in cui rallentare (si vede lo stesso in Oppenheimer, dove anche lì Nolan ha voluto coprire un arco di episodi molto ampio della vita del protagonista, a volte un po’ di corsa). Quello che incontriamo in questa prima parte è l’Ulisse noto ai più, quello di Polifemo, di Circe, delle sirene, di Scilla e Cariddi. E anche il regista che vediamo qui all’opera è quello delle prodezze cinematografiche di cui tanto si parla in questi giorni.
Tuttavia è solo quando la dimensione epica si esaurisce che l’Ulisse di Nolan emerge e il film assume un’altra consistenza, al di là delle prodezze dell’eroe e di quelle visive del regista, di indiscusso apprezzamento. Nella seconda parte della pellicola, verso la fine del suo viaggio, subentra infatti una dimensione più riflessiva del protagonista, fatta di dialoghi, introspezione, memoria e racconti. Il viaggio non è più esterno, ma interno, e attraverso questo processo in cui Ulisse ricorda, ripete e rielabora si produce una catarsi freudiana che prepara il personaggio per il suo ritorno. Ulisse si ricompone come quella zattera che costruisce nell’isola di Calipso, pezzo dopo pezzo, coi resti di ciò trova, fuori e dentro di sé. Questo accade non certo senza fare i conti con una grande quota di sofferenza. Innanzitutto quella di abbandonare quella vita beata, ma illusoria, con la ninfa. Poi il dolore che si accompagna a tutti quei ricordi che riaffiorano, al lungo tempo lontano da casa, ai compagni caduti, a una guerra in cui non ci sono stati vincitori, ma solo vinti.
È un Ulisse che si confronta con la colpa, che assume innanzitutto su di sé la responsabilità di aver violato la legge di Zeus, il sacro patto di ospitalità verso lo straniero, lui che ha usato un dono di pace (il cavallo) per portare la guerra dentro le mura della città. Si tratta della stessa violazione che si sta consumando tra le mura di casa sua, dove si è accampato il godimento beota dei Proci. Il ritorno su di sé di questa colpa diventa una figura che lo guida, Atena, forse un’apparizione divina, forse un’allucinazione post-traumatica di una giovane fanciulla ingiustamente decapitata dai suoi compagni a Troia. L’Ulisse di Nolan comprende a fondo (con un bel dialogo) come l’infrazione di questa regola sacra coincida con la rottura del patto di civiltà tra gli uomini, è la conchiglia che va in frantumi ne “Il signore delle mosche”, è il dilagare della pulsione di morte. Il protagonista attraversa così la sua notte nel Getsemani, la sua antitesi anti-epica, anti-eroica, in un movimento che gli permette di riappropriarsi di se stesso, di rifarsi padre, marito e re, di diventare il significante di una Legge che rimette ordine nella vita. Poiché Ulisse, così come Telemaco e Penelope, è una figura che si interroga sul proprio ruolo e dunque sulla propria responsabilità, verso l’Altro innanzitutto. Sono queste le sottolineature più convincenti dell’Ulisse di Nolan.
